Impianti a olio diatermico: quando conviene rispetto al vapore e cosa controllare per non rovinare il fluido

Per portare calore a 250-300 °C il vapore richiede pressioni alte; l’olio diatermico ci arriva quasi a pressione atmosferica. Ma è un fluido che invecchia e deve essere gestito con metodo.

Quando in uno stabilimento serve calore a temperature elevate e costanti, la scelta è quasi sempre tra due fluidi termovettori, il vapore e l’olio diatermico. Nei sopralluoghi che facciamo in tessile, cartario, alimentare e mangimistico li troviamo spesso entrambi, a volte nello stesso capannone. Vale la pena capire quando ha senso l’uno e quando l’altro, perché una scelta sbagliata si paga per vent’anni in consumi, manutenzione e vincoli di esercizio.

Alta temperatura senza alta pressione

Il vapore trasporta calore cambiando di stato, e la sua temperatura è legata alla pressione. Per stare intorno ai 200 °C servono circa 15 bar e oltre si sale rapidamente.
L’olio diatermico invece resta liquido e trasporta calore per semplice variazione di temperatura. Può lavorare a 250-300 °C (oltre, con oli sintetici) mantenendo il circuito a pressioni molto basse, di fatto quelle date dalla pompa di ricircolo.

Questo impatta sul piano impiantistico: niente trattamento dell’acqua, niente scaricatori di condensa, niente incrostazioni né corrosione da ossigeno, controllo molto fine e stabile della temperatura di processo. Restano naturalmente gli obblighi di verifica periodica sul generatore, che vanno pianificati come per qualsiasi centrale termica.

Quando l’olio diatermico è la scelta giusta?

Conviene dove serve calore indiretto, ad alta temperatura, su superfici o cilindri, e dove il vapore non deve entrare in contatto con il prodotto:

  • tessile e finissaggio: rameuse, calandre, essiccatoi
  • lavanderie industriali: mangani e calandre a olio
  • alimentare: friggitrici continue, forni, tostatura, riscaldamento di oli e grassi
  • cartario e converting: cilindri riscaldati, spalmatura, essiccazione
  • processi chimici e mangimistici che richiedono temperature alte e stabili senza pressione

Il vapore resta invece preferibile dove serve calore diretto o per iniezione (cottura, sterilizzazione, sanificazione) dove ci sono molte utenze distribuite a temperature diverse o dove l’impianto è già dimensionato e ben mantenuto.

Occorre prestare molta attenzione a un aspetto: l’olio invecchia. A differenza dell’acqua, l’olio diatermico è un fluido che si consuma. Due meccanismi lo degradano:

  • cracking termico
    Se il film di olio a contatto con le superfici di scambio supera la temperatura massima ammessa (per esempio per portata insufficiente nelle serpentine o per un bruciatore mal regolato), le molecole si spezzano: si formano composti leggeri, che abbassano il punto di infiammabilità, e residui carboniosi che sporcano le superfici e riducono lo scambio.
  • Ossidazione
    Se l’olio caldo entra in contatto con l’aria, tipicamente in un vaso di espansione troppo caldo o mal progettato, si formano acidi e morchie che aumentano la viscosità e intasano filtri e scambiatori.

Il risultato di un olio degradato è una minor resa, un maggior consumo di combustibile, pompe che faticano e un rischio incendio più alto in caso di perdite.

Quali controlli allungano la vita dell’impianto

Un impianto a olio diatermico ben gestito dura decenni se ha una buona routine:

  • Analisi periodica dell’olio: viscosità, punto di infiammabilità, acidità, residuo carbonioso e insolubili. Almeno una volta l’anno, più spesso su impianti che lavorano vicino al limite di temperatura.
  • Portata minima garantita sulle serpentine del generatore, con allarme e blocco bruciatore in caso di calo: è la protezione principale contro il cracking.
  • Vaso di espansione freddo e sfiato controllato dei composti leggeri, per limitare l’ossidazione.
  • Filtri, tenute e pompe di ricircolo, preferibilmente ridondate: se la pompa si ferma con il bruciatore acceso, l’olio nelle serpentine si degrada in pochi minuti.
  • Taratura del bruciatore e controllo dei fumi, come su ogni generatore.
  • Registrazione dei dati: temperature, portate, ore di funzionamento. Con una supervisione anche semplice, il degrado si vede prima delle analisi.

Come lo valutiamo in SIC

Non consideriamo l’olio diatermico un’alternativa di moda al vapore né il contrario ma partiamo dal processo: quali temperature servono davvero, dove, con quale continuità, e cosa c’è già in stabilimento? Poi progettiamo generatore, circuito, pompe, elettromeccanica e automazione come un unico sistema, perché in un impianto a olio la sicurezza del fluido dipende soprattutto da come dialogano portata, temperatura e bruciatore.

Da 50 anni progettiamo, realizziamo e manteniamo impianti termici per l’industria alimentare, cartaria, tessile e mangimistica: a vapore, ad acqua surriscaldata e a olio diatermico. Ed è proprio confrontandoli ogni giorno che sappiamo consigliare quello giusto.

📞Hai un impianto a olio diatermico che non rende come una volta, o stai valutando se adottarlo? Parliamone: una prima valutazione del processo e dello stato del fluido non costa niente.